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La
crisi della POLITICA
I
l partito del non voto, la penuria
di iscritti e militanti nelle formazioni politiche e sindacali, le difficoltà
di mobilitazione sono gli esempi più facilmente visibili della crisi della politica
che da diversi anni si registra nel nostro Paese.
Paradossalmente, questa disaffezione, anziché portare alla riduzione del numero
dei partiti politici, li fa proliferare. Nei fatti, oggi abbiamo liste elettorali
piene di "scatole vuote", frutti di ribaltoni, di migrazioni da una forza all'altra,
di ambizioni personali che sottolineano la mancanza di una seria progettazione in grado
di coinvolgere le intelligenze e di dare prospettive di reale cambiamento.
Da molte parti si sostiene che il disinteresse italiano alla politica sia in linea con
quanto accade da tempo negli altri Paesi europei e negli Usa: quindi nulla di cui
preoccuparsi.
A questo proposito, bisogna però osservare che, in quei Paesi, maggioranza e opposizione
si legittimano reciprocamente e sono, da tutti, ritenute capaci e degne di custodire
i principi costituzionali sui cui le rispettive nazioni poggiano.
Da noi la situazione è diversa. Il Centro sinistra e il Centro destra, prima di esporre
le loro reciproche linee politiche, minacciano il popolo circa i rischi che l'impalcatura
democratica italiana correrebbe se al potere andasse l'uno o l'altro schieramento.
Così carica di contenuti "esplosivi", la nostra politica si trasforma spesso in anatema
ed esibizione di cattivo gusto e cattiva educazione. Di fronte allo spettacolo indecoroso
della fine della prima repubblica e dei primi anni della seconda, con i problemi reali
lasciati languire, non c'è da stupirsi se il desiderio di partecipazione svanisce,
lasciando posto al qualunquismo.
Nei cittadini, però, l'esigenza di essere in prima persona protagonisti nella società
non si è affatto spenta.
Si è semplicemente spostato l'ambito di interesse: basta con la politica vissuta
direttamente, in prima persona; sì, invece all'impegno nel volontariato sociale,
culturale, ambientalista, nelle associazioni "no profit", dove la "contaminazione"
partitica non sembra, almeno in apparenza, essere ancora penetrata.
Forse l'eccessiva politicizzazione dei decenni passati, in parte, era dovuta alle
aspirazioni utopistiche di trasformazione radicale della società presenti in ampi settori,
le quali, anche grazie al boom economico e alla politica del facile indebitamento pubblico,
potevano permettersi il lusso di non fare troppo i conti con la realtà.
Non dobbiamo dimenticare che stiamo vivendo una fase di transizione ampia e dagli sbocchi
sconosciuti, che coinvolge l'intera umanità e ci fa sentire impotenti, senza antidoti o
difese possibili.
E'ovvio che quando tutte le certezze sono messe in discussione ci sia, da parte delle
persone, un atteggiamento di sfiducia diffusa. E che l'incapacità o l'inerzia dei
rappresentanti politici siano tra i primi motivi additati quali causa della crisi stessa.
Franco Parigi
Socio
di Donne & Futuro
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